Le Ambasciatrici

Chi sono le ambasciatrici? Sono ragazze che hanno combattutto per anni o stanno combattendo battaglie private tutto il giorno tutti i giorni contro un nemico invisibile che nessuno riesce a vedere e sentire. Sono ragazze che questo nemico hanno imparato a guardalo da vicino, a conoscerlo meglio, ad ascoltarlo, a capire cosa vuole da loro. Sono ragazze che hanno imparato che il nemico non e’ il cibo ne il corpo, ma la paura di vivere, di esprimere i propri bisogni, di ammettere di non farcela, di dire io voglio o io non voglio. Le ambasciatrici non sono brave ragazze. O forse si, ma non e’ questo il punto, essere brave non c’entra. Di sicuro sono ragazze coraggiose, perche’ hanno lasciato o provano di continuo ad abbandonare un salvagente che gli permette di stare nel mondo. Voi direte, ma il DCA come fa a permettere di stare nel mondo? Quando si ha l’impressione di non riuscire a controllare piu’ nulla, ci si attacca al cibo ed al corpo. Si, perche’ non si puo’ assottogliare la paura di vivere ma ci si puo’ rendere talmente piccole da non riuscire piu’ a stare nel mondo. Non si puo’ smettere di provare rabbia o paura,ma ci si puo’ tappare la bocca con cibo cibo ed ancora cibo da non riuscire piu’ a parlare. Le ambasciatrici sono ragazze che sanno, oggi, raccontare il DCA nella sua verita’ nuda e cruda, e questo raccontare puo’ essere d’aiuto per chi non sa, chi non conosce, chi fa difficolta’ a capire. Le ambasciatrici sono una grande risorsa nella prevenzione e cura dei disturbi alimentari.

Ambasciatrice #3

Quella di Arianna è la storia di una ragazza che non sentiva nulla. La conosco che frequentava ancora li liceo, arriva allo sportello di ascolto della scuola ingabbiata nel suo disturbo alimentare. Dice poche parole, quelle che dice sono descrizioni di fatti senza la minima sfumatura emotiva. Quando parlo Arianna mi ascolta, mi guarda, a tratti sembra perdersi con lo sguardo. E nel suo silenzio mi arriva tutta la sofferenza di una ragazza che non riesce a stare in un mondo dai rumori troppo forti. Dopo qualche tempo, Arianna arriva al CedaP. Continua a dire poche cose, a non sentire nulla che provenga dal suo interno. Arianna ha un volto che non esprime nulla, e mi rendo conto che tutte le sue emozioni sono affidate al corpo. Un corpo emaciato, a volte talmente tanto da aver bisogno di cure ospedaliere. Quella di Arianna è la storia di una ragazza dalla convinzione di essere talmente incapace, da dover rinunciare a se stessa. Arianna affida all’anoressia il suo stare nel mondo, Arianna affida all’anoressia il suo valore. Colloquio dopo colloquio, Arianna impara a parlare, proprio come una bimba che inizia a dire le sue prime parole. La osservo infilare nella sua storia di vita emozioni da sempre sconosciute, la ascolto mentre inizia a raccontarmi di lei. Per Arianna l’anoressia è l’unica certezza, non vede altra possibilità. La pensa così per molto tempo, ma poi accade qualcosa, qualcosa per cui inizia a guardarsi intorno e rendersi conto che mentre gli altri vanno avanti, lei  rimane ferma. Arianna che vorrebbe recuperare, Arianna che ci prova ma non ci riesce, Arianna che si scoraggia, Arianna che torna sulla bilancia, Arianna che ritorna sulla retta via e prova a rincominciare. La storia di Arianna è una storia in divenire. Quando le ho detto che sarebbe stata anche lei nominata, si è stupita. Lei con il cibo ci litiga ancora, il suo corpo lo osserva ancora con sospetto. Ma non è importante dove è arrivata, è importante dove sta andando ora. Qualche tempo mi avrebbe parlato di ospedali, di pesi morte, di rimanersene sospesa in una realtà malata mentre il mondo va avanti. Oggi Arianna parla di progetti, oggi Arianna pensa ad un futuro, oggi Arianna andrebbe in comunità per “aggiustare” il suo rapporto con il cibo, cosa che per anni è stata impensabile. Questa è la storia di una ragazza che non sentiva nulla. E quando ha iniziato a sentire, temeva che quel sentire fosse un impazzire. Oggi Arianna  sa quel sentire si chiama vita. 

Ambasciatrice #2

Quella di Alice è la storia di una ragazza che giunge da noi adolescente. Alice aveva lunghi capelli, occhioni nascosti dietro grandi occhiali da vista e tante parole da dire. Il problema è che le parole che Alice riusciva a dire erano solo parole razionali, parole mi viene da dire “da grandi”. Sapeva il giusto, sapeva quello che bisognava e non bisognava fare. Alice non era affatto nel paese delle meraviglie, era fin troppo dentro la realtà. La vita nell’ultimo periodo l’aveva messa davanti ad un problema di salute importante all’interno della famiglia, e questo faceva si che non riusciva a perdonarsi quel non mangiare, quell’aver creato paura e preoccupazioni a casa. Il suo essersi ammalata di anoressia non aveva senso per Alice. Lei avrebbe voluto cancellare in pochi attimi quel fuori pista dato dalla sua malattia e far tornare a sorridere la sua famiglia che non poteva soffrire ancora ma che anzi, lei avrebbe dovuto proteggere e tutelare. Ed in un certo senso così è stato. Alice ha avuto una risalita veloce. Ha accettato senza troppa fatica la nutrizionista, i controlli sulla bilancia, la proibizione assoluta sullo sport. Ma davvero non faceva fatica? Gli occhioni di Alice tradivano la sua sicurezza. Ascoltavamo Alice dopo aver saputo di essere aumentata di peso dire che era tutto apposto, che era felice. Ma Alice non era felice, Alice era spaventata. La tradivano i suoi occhioni che trattenevano le lacrime, il tono secco quasi a voler tagliar corto ogni emozione che avrebbe potuto traboccare fuori. Quella di Alice è la storia di una ragazza che voleva controllare tutto, anche la paura. Alice ha dovuto imparare che la perfezione non coincide con il dovere, che la perfezione risiede anche nel lasciarsi andare. Il piacere di fare qualcosa per se stessi Alice ha dovuto imparare a concederselo e a ridefinirselo non come una colpa ma come un diritto. Ma forse, la cosa più importante, è che Alice non è scivolata nel paese delle meraviglie. Il paese delle meraviglie forse non esiste nemmeno. Alice ha scoperto un un altro mondo però, si, questo si. Quello in cui le parole vengono dette e non soffocate dentro, in cui le emozioni trovano il loro spazio e lo specchio riflette solo un’immagine, non più un valore. Oggi Alice frequenta il gruppo di auto aiuto del CedaP, e questo è stato un passo importante per lei che temeva il giudizio, per lei che un giorno mi confidò di non voler partecipare ad un iniziativa con altre pazienti per il timore che corpi più emaciati l’avrebbero invogliata a tornare indietro. Oggi Alice vede un futuro davanti, ha dei sogni, ama la libertà. Quella libertà che fino a poco fa non sapeva concedersi. E nel gruppo spesso dice che sta bene. Io la guardo, la ascolto, e finalmente so è vero.

Ambasciatrice #1

Quella di Chiara è la storia di una piccola grande donna. Chiara arriva al CedaP un po di anni fa. Chiara è cresciuta in fretta.  Non sempre la vita va come vorremmo o come è giusto che sia, a volte le cose si complicano e la colpa non è di nessuno, semplicemente va così. Quella di Chiara è la storia di una bambina che si prende cura di una madre troppo fragile per badare a se stessa, che ne diventa complice anche quando la complicità si ritorce contro, che impara che l’unico modo per avere attenzioni è ammalarsi così che ad un certo punto della sua vita la malattia diventa l’anoressia. L’anoressia che ribalta i ruoli, che  permette di diventare piccola, talmente piccola che c’è bisogno di chi accudisce.  Quella di Chiara è la storia di un padre lontano che corre a riprendersi sua figlia, che la porta a vivere con lui a Pescara, che decide che Chiara va tutelata ed aiutata. Il percorso di Chiara è un percorso fatto di alti e bassi. Chiara che vuole essere spensierata, Chiara che vuole la leggerezza. Ma anche Chiara che senza malattia si sente persa, che senza malattia crede che nessuno si accorgerà di lei. La storia di Chiara è la storia della paura di vivere. Chiara che teme di non saper stare nel mondo, che chiede di continuo conferme, che si aggrappa di continuo a qualcun’altro per sentirsi più sicura. E se qualcun’altro non c’è, se la prova da affrontare significa vivere, Chiara si ferma, si chiude, si riammala. Quella di Chiara è la storia della lotta tra vita e malattia, star bene e stare male. Chiara riesce a diplomarsi, Chiara inizia a lavorare. La osserviamo affrontare la maturità, inviare curriculum, iniziare a lavorare. Chiara che fa vincere la vita, Chiara che stare ferma nel letto è rassicurante ma non più l’unica possibilità, Chiara che le si attiva il DCA ma lo riesce a riconoscere e fugge via da calcoli di calorie e camminate interminabili perché non è il cibo il nemico ma la paura di vivere. Chiara oggi considera la possibilità che accanto alla malattia esistono anche le parole per comunicare all’altro, per esprimere i propri bisogni, per chiedere aiuto. Ci sono giorni in cui Chiara mi invia tanti messaggi.  Lo fa anche se sa che io non le risponderò perché andrei dietro al suo disturbo. Sono i giorni in cui la paura  è  più forte e Chiara ha bisogno di sentire che dall’altra parte, qualcuno la ascolta. La lascio fare, so che se aspetto poi la crisi passa e Chiara mette insieme i pezzi e va avanti. Chiara qualche giorno fa mi ha scritto un sms. Mi ha invitato delle foto per la giornata della sua nomina come ambasciatrice.  Sono foto che la ritraggono in un periodo in cui la malattia era forte. Scrive che soffre tanto a vederle. Dopo un po aggiunge che non è un giorno facile per come si vive il corpo. Ma poi aggiunge ancora un pezzo, il più importante: “ non riesco a vivermi la famiglia, non riesco a vivermi la vita, sto perdendo la battaglia”. Chiara che va oltre il linguaggio del disturbo alimentare, Chiara individua la vera paura.  Ed io capisco che si continua verso la vita.